A proposito di AMP

A proposito di AMP, protocolli e Pesca Subacquea in Apnea. a che punto siamo?
Da qualche anno il fermento e la paura che circolano fra gli appassionati della pesca subacquea in apnea sul reale e concreto pericolo di vedersi nell’impossibilità di praticare la propria attività in Italia ha dato luogo a molteplici iniziative, spesso coraggiose, ma non risolutive.
Il fatto è noto: l’istituzione di numerose AMP, e molte altre verranno, ed il divieto di esercitare “forme di prelievo”, con la conseguente esclusione della pratica della nostra attività dalle AMP stesse.
Sia chiaro che il problema non sono le AMP, che sono luoghi necessari ed utili, ma la loro regolamentazione e gestione.
La legge, infatti, stabilisce che tutte le attività di prelievo sono bandite dalle AMP, ma immediatamente dopo applica una deroga. Quindi, prima vieta un’attività e immediatamente dopo stabilisce una eccezione, che viene concessa senza alcun criterio esplicito. In base a questa deroga nelle AMP sono ammesse, in realtà, quasi tutte le forme di prelievo, quelle esercitate dai pescatori professionisti (ad esclusione della pesca a strascico), e quelle esercitate dai pescatori sportivi o amatoriali.
Fra questi, unica eccezione: la Pesca Subacquea, che, come tutti sanno, si può esercitare solo in apnea. In altre parole, solo alla nostra attività è proibita l’applicazione della deroga.
Le motivazioni (se così si possono chiamare) fornite sono diverse e comunque, che io sappia, non  esplicitate con un atto formale. Tranne, forse, una, della quale scriveremo più avanti.
La questione ha assunto un rilievo enorme e sta producendo danni economici concreti all’indotto della pesca subacquea. Si può ben dire che un’attività come questa, consentita dalla legge e dalla Costituzione, viene in concreto ad essere totalmente inibita attraverso un sotterfugio, cioè un sistema di divieti incrociati che rendono impossibile, nel concreto, la sua pratica effettiva.
Sono quindi almeno due le questioni che si intrecciano:
la prima, quella del divieto di esercizio all’interno delle zone “C” della AMP che riguarda, nei fatti, solo la nostra attività, che è anche  universalmente riconosciuta come la forma di prelievo meno dannosa e meno incisiva sugli stock ittici. Questa esclusione rappresenta una discriminazione evidente, specie nei confronti di altre categorie di pescatori sportivi e amatoriali che invece possono, grazie alle deroghe, praticare tranquillamente almeno nelle zone “C”.  La ragione sta evidentemente nel fatto che  quella categoria ha trovato, uno o più difensori assai più efficaci di chi dovrebbe difendere (per definizione istituzionale) noi, pescatori in apnea. 
La seconda questione riguarda l’attività “in toto”, e le forme ed i modi con cui i pescatori subacquei  sono tutelati.
Tutte le estati si legge, sui quotidiani, di pescatori in apnea che vengono travolti ed uccisi da imbarcazioni. Quasi sempre, si scopre che il pescatore in apnea era segnalato dall’apposita bandiera prevista per legge ed issata  sull’eventuale imbarcazione al seguito e sulla boa di segnalazione e che l’investitore (quando si ferma e presta soccorso) afferma di non aver visto il segnale.
Credo che il problema non stia nella visibilità della bandiera o, meglio, non solo nella visibilità; credo, invece, che il problema di fondo sia legato alla somma dei divieti.
Infatti, mentre un’imbarcazione può transitare a 300 metri dalla costa, noi siamo costretti ad operare ad “almeno 500 metri” dalla stessa costa, specie se frequentata da bagnanti; unitamente al fatto che, non potendo essere presenti nelle zone proibite (come le AMP), siamo costretti a immergerci in quei pochi luoghi, distanti dalla costa, che ci consentono di praticare l’attività che amiamo.
Questi sono, in generale, gli stessi luoghi nei quali le imbarcazioni passano con una certa tranquillità (spesso sconfinante con la  superficialità) perché così apparentemente inaccessibili ai “bagnanti” che spesso i conducenti non pensano neanche che ci possa essere, a quella distanza, un uomo in mare che sta pescando.
La situazione generale, quindi, e non solo per questi motivi, è talmente grave che molti appassionati hanno deciso di intraprendere diverse iniziative. Anche molte aziende del settore, coscienti della gravità del momento, hanno iniziato a porsi il problema.
E’ di questa primavera la notizia che molte aziende si sono riunite a Milano ed hanno iniziato a discutere sul come affrontare almeno qualcuno dei numerosi problemi che ci riguardano comunemente.
Le aziende che si sono attivate sono: C4, Effesub, Seacsub, TopSub, PoloSub, Totem, Seatec, Merou, Omer, Best Divers e Mares.
Alcune di queste (C4, Effesub, Omer, SeacSub e TopSub), hanno anche deciso di contribuire all’iniziativa della nostra Associazione relativa al ricorso avverso la nostra esclusione dalla AMP delle 5 Terre. Il ricorso che quest’estate è stato respinto dal TAR di Genova.
La situazione dei fatti è dunque a questo punto: la sensibilità per la tutela dei nostri diritti è stata maggiore nelle aziende piuttosto che nelle Istituzioni e nelle Federazioni alle quali è assegnato, per definizione, il ruolo di nostri rappresentanti ai tavoli ministeriali che trattano della nostra condizione.
In ogni caso la volontà delle 11 aziende di tutelare questa attività ha prodotto alcune iniziative interessanti ed utili. Una rappresentanza di queste aziende, guidata da Marco Bonfanti della C4 e Marco Ciceri della OMER, assieme a PescApnea ha scritto chiedendo un incontro al Presidente della Commissione Lavoro Pubblico e Privato della Camera dei Deputati e, nel luglio 2007 si è arrivati ad un incontro fra questa rappresentanza e il Presidente, On. Gianni Pagliarini.
Sono state esposte tutte le nostre motivazioni e le nostre ragioni ragioni, sia quelle più tipicamente proprie delle aziende che quelle più consone agli appassionati.
L’On. Pagliarini ha dimostrato immediatamente  di comprendere il problema ed ha scritto una lettera al Ministro Pecoraro Scanio (v. allegato), che riportava, in buona sostanza, quel che era stato l’oggetto dell’incontro. La risposta del Ministro (v. allegato) è stata di completa incomprensione e chiusura su tutti i fronti, sia quello aziendale e produttivo sia quello amatoriale.
La cosa più grave è stata la scoperta di un protocollo sulle attività subacquee redatto presso il Ministero nel febbraio – marzo 2007 e firmato da una serie di soggetti fra i quali le associazioni ambientaliste e, fra gli altri, Assosub e FIPSAS!
Proprio in virtù di quel protocollo, e di chi lo aveva firmato, il Ministro ed il Ministero sostengono che non esiste alcuna possibilità di inserire la Pesca Subacquea in Apnea fra le attività alle quali può essere consentita la deroga.
Dobbiamo complimentarci con i lungimiranti firmatari del protocollo poiché hanno così risolto il problema della pesca subacquea, di fatto impedendoci di essere considerati alla pari degli altri pescatori sportivi e “tombando” in modo definitivo ( e preoccupante per il resto delle questioni in discussione) la nostra legittima aspettativa di essere considerati almeno pari agli altri “prelevatori sportivi”, visto che rappresentiamo una percentuale infinitesimale del prelievo effettuato!
Va detto, ad onor del vero, che alcune aziende sono uscite da Assosub e hanno deciso di costituirsi in Confisub. Queste scelte attengono alle strategie aziendali e non possono essere scambiate con forme associative di tutela dell’attività degli appassionati. Non sarebbe giusto.
Ora, poiché “carta canta”, non credo, onestamente, che si possa prescindere dal significato che il Ministro di turno (ricordo che il “cambiamento di rotta” nei nostri confronti, con la conseguente “fine delle deroghe”, è iniziato nel 2004 con il precedente Ministro) assegna al protocollo.
Se qualcuno dei firmatari volesse contestare l’interpretazione del Ministro siamo ben lieti di mettere a disposizione copia della lettera per le eventuali azioni legali che vorrà intraprendere per affermare l’interpretazione autentica del significato del protocollo con la conseguente nostra riammissione in tutti quei luoghi dai quali siamo stati esclusi anche in forza di quel protocollo.
Dubito, francamente, che qualcuno farà qualcosa in questo senso, oltre naturalmente al dire “state tranquilli, non è così, è solo qualcuno che vuole parlare male di noi”.
A noi, praticanti amatoriali della pesca in apnea, una delle più belle attività sportive, non resta altro da fare che tenere di buon conto, sia a livello aziendale che di tesseramenti, di chi ci aiuta e di chi ci ostacola. E pensare, seriamente, a utilizzare questa sinergia che si potrebbe creare fra aziende, spesso gestite da imprenditori appassionati dell’attività, negozianti, stampa di settore e praticanti amatoriali.


Stefano Bianchi

 

La lettera inviata dall'On. Gianni Pagliarini

La risposta dell'On. Alfonso Pecoraro Scanio